Le dinamiche del Segreto

Ho ripreso da poco a studiare delle nozioni di intelligence e disciplina del segreto; concetti, riviste, saggi e libri che avevo abbandonato anni fa. (Circa tre anni fa). Un piccolo confronto nato sulla base di una frase del sottoscritto mi ha ispirato questo articolo che ha lo scopo di trattare il concetto di segreto e, in particolare, di come si mantenga un segreto, ovvero come si riesca ad evitare che altri conoscano la verità.

Quello che ora sto per esplicare è applicabile largamente anche alla vita quotidiana e aiuta molto chi vuole mantenere un certo riserbo sui propri obiettivi di vita professionale o personale.

Questa disciplina è cambiata negli anni grazie soprattutto all’era dell’informatizzazione telematica; oggi infatti si hanno a disposizione potenzialmente tutte le informazioni rimbalzanti sul Pianeta: con un po’ di impegno e conoscenza si possono ottenere dati, nomi, città e informazioni su certi avvenimenti quasi in tempo reale o con poche ore di scarto.
Cosa è cambiato quindi oggi rispetto a venti anni fa? Semplice:

Oggi non si possono più omettere i fatti, gli avvenimenti; tuttavia oggi il segreto è composto dai fatti che tutti conoscono.
Non si occultano più i fatti, si occultano i collegamenti degli stessi fatti, si impedisce di unire avvenimenti accaduti in tempi e spazi diversi celando il segreto che essi compongono.

La nuova era del segreto è fatta di Link: se rompo un link o lo occulto l’informazione risulta slegata da un contesto, obbligandomi ad indovinare il suddetto contesto, i suoi legami con una situazione più grande e complessa, tuttavia non conoscerò mai la verità.

Come un portale tematico, è composto da pagine collegate tra loro, slegando e rompendo i collegamenti alle pagine, il portale diventa inaccessibile; diviene solo immaginabile e l’immaginazione comporta manifestazioni emotive e creazioni fantastiche, porta a materializzare fantasie, paure e speranze, allontana sistematicamente la verità rappresentando il miglior apporto al mantenimento del segreto.


“Ci sono casi in cui un uomo deve rivelare metà del suo segreto per tener nascosto il resto.”

Philip Dormer Stanhope IV conte di Chesterfield

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La filosofia morale è etica con l’aureola.

Come spesso mi capita, ho intrapreso una discussione filosofica con degli amici riguardo la distinzione tra giudizio etico e morale degli altri, delle persone in base a ciò che fanno, al loro comportamento e alle loro azioni in generale.

Interessante è stato notare quanto molti di noi si sentano capaci e nella posizione di poter giudicare gli altri moralmente sulla base delle loro azioni, sulla base del loro comportamento, rimanendo naturalmente al di fuori della situazione, senza viverla e/o averla vissuta in passato; facendo questo compiamo due errori concettuali: in primo luogo confondiamo l’etica con la morale, considerando un gesto ad esempio che viola una norma (una legge o una norma ascritta) un gesto immorale, quando invece molte azioni possono essere eticamente scorrette ma moralmente corrette; in secondo luogo confondiamo la persona con il suo atto, riducendo l’individuo all’atto stesso che egli compie: rischiando quindi di sposare una ideologia di pensiero pericolosa poiché così facendo si trasforma la persona nel gesto, che se fosse eventualmente sbagliato (cioè anti etico, quindi violante una norma) ridurrebbe la persona stessa ad essere sbagliata.

Se ad esempio consideriamo un pedofilo alla pari dell’atto di violenza che ha usato su un bambino, ridurremmo la persona con pedofilia ad essere “LA pedofilia”, quindi dovremmo escludere di conseguenza la possibilità che questa persona possa migliorare, guarire dal suo disturbo (nel caso in cui il disturbo di pedofilia sia patologico nel caso specifico), approvando quindi una pena non etica (cioè legata al reato di violenza) ma morale, quindi una pena che elimini la persona (pena di morte, castrazione ecc) confondendo evidentemente la persona con l’atto e illudendosi che eliminando la persona si elimini l’atto (la pedofilia) quando è evidente che ciò non accada. Rischieremmo quindi di applicare pene definitive (cioè pene che eliminano la persona) per tutti i reati che portano danni irreversibili (omicidio, compreso il colposo, violenza sessuale ecc.) in quanto se confondiamo la persona con l’atto, se l’atto è irreversibile allora anche la persona è irreversibilmente recuperabile, quindi eliminandola eliminiamo l’atto.

Per poter dare un giudizio morale di una persona non possiamo essere fuori dal contesto. Dobbiamo obbligatoriamente aver vissuto il vissuto di quella persona o essere coinvolti in prima persona nell’atto, così facendo potremo avere il diritto di giudicare la persona moralmente. Per tutti gli altri casi possiamo solo giudicare l’atto e quindi giudicare eticamente l’atto. Noi al posto degli altri possiamo solo immaginare cosa faremmo, tuttavia senza essere o aver vissuto al posto degli altri, non lo sapremo mai.

Non giudicare moralmente una persona non significa giustificarla o considerare implicitamente un giudizio morale positivo; ma semplicemente sospendere il giudizio; comprendere che non siamo nella posizione di poter giudicare la persona.

L’unico soggetto in grado di dare giudizio morale è la persona stessa di se stessa. Il rimorso è la pena morale dell’individuo. Il carcere, le sanzioni sociali o giurisprudenziali sono il giudizio etico, applicato dalla società, da un popolo.

Uno operatore criminologico deve prima ancora dei preti, delle persone, dei politici, comprendere questo concetto, prima che confonda il criminale col crimine. Se l’operatore in questione ha vissuto il vissuto della persona che ha commesso il crimine o ne è coinvolto, allora potrà dare un giudizio morale della persona, potrà giudicare quindi la persona stessa, dovendo dimettersi dal suo incarico poiché entrerebbe in conflitto di interesse.

Non c’è atto più disumano che disumanizzare il prossimo, riducendolo al male che ha perpetuato, escludendo per lui, un’atra occasione.

La morale è la tendenza a buttare via la vasca col bambino dentro.

Karl Kraus

Rileggendo

Quanti pensieri mi vengono in mente spulciando tra vecchie mail di “vecchie” conoscenze.

Mi domando: come è possibile essere così falsi con gli altri e, soprattutto, con se stessi? Molti riescono a superare il concetto di ipocrisia introspettiva per raggiungere un tale insulsa falsità da far venire il voltastomaco.

Care/cari “amiche/amici” miei: ricordatevi che se continuerete in questa direzione, non solo vivrete una vita circondati da persone false, ma la cosa che secondo me è peggiore… è che non ve ne accorgerete nemmeno!

E’ difficile credere che un uomo dica la verità quando sai bene che al suo posto tu mentiresti.”

Henry Louis Mencken

I Dieci Comandamenti

A volte penso si debbano ringraziare i dieci comandamenti, rileggendoli non si può che pensare alla modernità degli stessi.

In dieci articoli qualcuno (chiamatelo Dio, Allah, ecc.) ha riassunto tutti i Codici Civili e Penali Occidentali, i codici morali orientali, l’etica della convivenza civile, insomma ha rissunto la legge dell’uomo.

Se riuscissimo a rispettare almeno solo i dieci comandamenti e, tanto per esagerare, anche i diritti fondamentali dell’uomo sanciti dall’ONU.. beh forse potremmo affacciarci al 2012 pensando davvero alla fine del Mondo, quello vecchio, passato, arcaico che finalmente non c’è più.

La natura non è altro che una poesia enigmatica.”

Michel Eyquem Montaigne