La forza degli Dei

Quando ascoltiamo il vento in giornate primaverili come quelle che ci accompagnano in questo periodo, illuminati dal calore di un sole che torna a vivere in attesa dei mesi estivi, capita di domandarci chi regola il nostro mondo, quali sono le forze che ad esempio mi permettono di scrivere un articolo potenzialmente leggibile da miliardi di persone, chi consente che l’energia elettrica continui ad irrorare ospedali, aeroporti, banche e scuole, chi permette alle persone di poter acquistare il cibo, di poter scegliere in che luogo fare la spesa, ecc. Chi sono costoro?

Alcuni di noi potrebbero cercare la risposta nel proprio spiritualismo, attraverso la propria fede religiosa, nell’ultraterreno e nell’ignoto. Altri si rifiuterebbero di cercare risposta degna della domanda, semplificando il quesito negando la possibilità di risposta definendo il quesito stesso “irrisolvibile” e ringraziando (o non) la buon sorte per quello di cui dispongono.

Altre persone potrebbero ricercare la risposta alla domanda fondamentale nella materialità terrena della nostra esistenza, in qualcosa che è tanto scontato quanto ignorato dalla maggior parte dei fruitori finali, dei beneficiari e, soprattutto, dai contribuenti. Questo “qualcosa” è così ignoto e lontano dalla dimensione individuale da essere immateriale, sicuramente non meno tangibile di una divinità Greca per un contadino ellenico che, ringraziandola per la buonasorte, dimostrava almeno di riconoscere il concetto che la definiva, a differenza dell’immaterialità tanto scontata da aver perso il riconoscimento della propria esistenza da parte nostra; noi popolo di Google, della conoscenza in un click, della consapevolezza inconsapevole.

I più eruditi la chiamano Finanza. Noi, come gli ellenici meno colti, la confondiamo con il suo contenitore: l’economia. Noi, come gli ellenici meno colti, la pronunciamo di rado e la sentiamo di rado pronunziata dai sacerdoti del tempio; detentori della conoscenza, distributori di speranza e del sapere parziale, quel che basta per consentirci di comprendere l’argomento, semplificato, semplicistico, che muta nome ad ogni frase, sostituendosi al suo contenitore più facile e adatto alla nostra comprensione: l'”economia” appunto.

I sacerdoti del tempio sanno che a noi interessa di fatto l’economia, poiché essa tocca tutti noi, i nostri beni, le nostre proprietà, il nostro lavoro, la nostra salute, la nostra istruzione; sanno che essa rappresenta tutto questo; tuttavia sanno anche che, oggi, ad influenzare maggiormente tutto ciò non è l’economia nel suo totale complesso, bensì la finanza.

Vi metto in guardia, non fatevi accusare di blasfemia da qualche sacerdote o scriba del tempio, l’economia è ciò attraverso cui tutto passa e si manifesta, anche la finanza stessa; tuttavia oggi la patologia tocca quest’ultima in particolare e mentre l’economia si indebolisce, la finanza, si dimostra, è e rimane immortale. Perché la patologia è cosa umana, chi ha mai letto di una divinità morta a causa di un male terreno; tutto ciò che è opera dell’uomo non può uccidere una divinità, persino le malattie inflitte dai sacerdoti stessi alla finanza non la elimineranno, semplicemente si ritorcerà contro i sacerdoti stessi.

La malattia che sta colpendo la finanza è nata dai sacerdoti, come ogni manifestazione carica di ira degli Dei, è interpretazione della reazione di un ambiente che si modifica ad opera dell’uomo che la trasmette; questa volta però la peste e la carestia che sta colpendo il popolo è opera dei sacerdoti stessi e non più del cambiamento naturale delle cose, per questo l’economia entra in gioco come concetto utilizzato dalle autorità del tempio per ridurre il rischio di rivolta e spostare l’attenzione sulla materialità che il popolo stesso riesce a toccare quotidianamente: la propria terra, la propria casa, il proprio lavoro, mera manifestazione tuttavia di un malessere assai più immateriale.

Alcuni sacerdoti poi si sono prestati a ricoprire il ruolo di curatori della malattia stessa. Non potendo fare riferimento alla Finanza, si definiscono al popolo curatori dell’economia, definendo la missione per il popolo stesso, quindi in loro aiuto. Questi uomini colti, ricoprenti ruoli importanti nel tempio, adempiono ai loro compiti, cercando in tutti i modi di curare la malattia che affligge la finanza, modificando leggi, creando sistemi di raccolta di risorse, eliminando privilegi e creandone altri, riducendo quindi le manifestazioni terrene che influenzano l’ambiente e che costituiscono i sintomi che la finanza mostra; il popolo, illuso che ad essere curata sia l’economia, la loro economia, tace anche se turbato e preoccupato, dando fiducia ai sacerdoti.

I sintomi della finanza ben presto spariranno, il tempio tornerà a svolgere il suo lavoro ordinario, l’economia non sarà mai curata davvero, anch’essa non morirà poiché immateriale, ma mieterà vittime, la risposta dei sacerdoti sarà che gli Dei hanno manifestato la loro forza ed il loro volere; il Popolo non saprà, ancora una volta, la verità.

E tutto tornerà come prima, nulla sarà cambiato; il tempio, i sacerdoti, il popolo. Questa è la forza degli Dei, gli stessi Dei che i sacerdoti ci hanno cucito addosso. Comprendiamo quindi che, attraverso la forza degli Dei, a permettere il funzionamento del mondo sono e saranno sempre i sacerdoti.

“La cultura rende un popolo facile da guidare, ma difficile da trascinare; facile da governare, ma impossibile a ridursi in schiavitù.”

Henry Brougham

La nuova coscienza

Siamo giunti alla nuova coscienza, quella che fa rima con conoscenza, con capacità pratica e con (forse) responsabilità reale. Siamo maturati, siamo cresciuti e abbiamo imparato dai nostri errori (senza tuttavia averne mai pagato il prezzo fino a ieri). Permettetemi quindi di riassumere in breve quello che accadde ieri per rendere più semplice e chiara la febbre adolescenziale che ha portato a cotanta maturità in poche ore.
Accadde un giorno che ci svegliammo tutti più poveri. Non lo eravamo, ma ci dicevano che eravamo più poveri; o forse lo eravamo, ma probabilmente non ci hanno detto quella mattina di quanto e soprattutto  come fossimo più poveri.

Fu proprio il come a non essere comunicato e quindi capimmo solo che chi aveva investito tanto denaro in luoghi poco sicuri oggi aveva meno soldi, meno denaro contante meno liquidità insomma. Peccato che il come fosse diverso:
eravamo molto più poveri di quello che pensavamo non per la liquidità, per le azioni o i titoli derivati, ma per l’evoluzione materiale che quella povertà empirica si sarebbe trasformata in povertà di risorse di sussistenza e qualità di vita.

Molti avranno notato che nel posto di lavoro gli veniva chiesto di lavorare di più ma con lo stesso stipendio, anzi con una riduzione delle ore. Forse parlando con i colleghi molti di voi avranno scoperto che l’amico del secondo piano con cui ci si fermava al bar a prendere il caffè non ha avuto il contratto rinnovato o fosse stato trasferito. Forse molti di voi avranno notato una fila più lunga del solito alle mense sociali. E forse molti di voi avranno notato più persone al pronto soccorso nella speranza di evitare il costo del ticket che ci sarebbe stato in visita su appuntamento, famiglie, gente normale insomma.
Pochissimi di voi probabilmente quasi nessuno ha notato una riduzione vera di liquidità nelle proprie tasche.

Il come insomma ci era sfuggito, non conoscevamo probabilmente il significato che certe popolazioni Africane danno al termine povertà che non si riduce alla semplice scarsità di moneta, ma al totale abbandono e distacco della propria comunità, dagli affetti e dagli amici. Una definizione che ci avrebbe aiutato a comprendere il come. Proprio quel come che attraverso quella definizione ci ha fatto comprendere che la povertà di risorse primarie sociali ci impedisce di tutelare la comunità stessa in cui viviamo divenendo più poveri, ma con un decremento di denaro relativamente inferiore alla sensazione di povertà.

Tutto questo ci portò oggi a crescere: sta mattina eravamo meno poveri. Non lo eravamo, ma ci dicevano che eravamo meno poveri.

La (nuova) coscienza è ora la conoscenza. Infatti non esiste ormai la coscienza senza conoscenza, non si può essere responsabili senza sapere: chi non ha competenza tecnica non può essere coscienzioso la conoscenza oggi è la chiave per essere meno poveri.
Questa equazione “logica” viene ripetuta costantemente in ogni forma e luogo, tuttavia non si esamina il rapporto vero che c’è tra la conoscenza e la realtà: non tutto quello che si conosce lo si conosce per com’è in relazione all’ambiente in cui si sviluppa perché per conoscere e per comprendere spesso si decontestualizza e si astrae concettualmente l’oggetto di studio; quindi siamo sicuri che la responsabilità ovvero la coscienza di quello che si fa nascente da una profonda conoscenza reale e non empirica di quello che si vive e si prova attraverso l’esperienza possa essere sinonimo di conoscenza? Non è forse più facile il contrario? Non è più facile che chi conosce profondamente un argomento, nel perseguire e affermare la propria conoscenza decontestualizzata ed astratta, agisca irresponsabilmente ovvero senza coscienza?

Non sono mai stato bravo a dare risposte, soprattutto alle domane nate dal sottoscritto. Lascio a voi l’onere.

L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari.” 

Antonio Gramsci 

Rapporti Economici di Creatività

Esiste lo sviluppo senza creatività?

La risposta può sembrare ovvia: come può esistere uno sviluppo senza una base creativa, senza un’idea da cui partire?! Purtroppo ad una risposta così implicita ed ovvia non corrisponde la realtà dei fatti. Molte aziende nascono e si sviluppano dove gli Stati e le banche acconsentono ad investire grandi capitali su delle idee ritenute importanti e con buone possibilità di successo. Ma ci sono dei Paesi in cui molte anziende invece falliscono o non nascono nemmeno poichè risiedono in Stati ove una politica bancaria chiusa e vecchia si rifiuta di investire in idee innovative ed interessanti poichè pretendono garanzie che non ci possono essere a causa della natura stessa di questi progetti innovativi; come si può garantire un progetto che non ha precedenti nel mercato?

Avrete ormai intuito che uno dei Paesi in cui la politica bancaria è all’avanguardia nel campo degli investimenti nella ricerca e nei progetti innovativi sono gli Stati Uniti; non serve nemmeno che vi dica invece che un Paese vecchio come l’Italia si configura perfettamente nel modello della polica bancaria vecchia e inadatta alla new economy. In Italia aziende come Microsoft e la ancora più “visionaria” e innovativa Apple non avrebbero mai potuto nascere; entrambi i fondatori erano studenti del College, il co-fondatore della Apple Steve Wozniak era persino un Hacker, riconosciuto anche all’epoca come tale e quindi non di sicuro un imprenditore figlio di imprenditori con un curriculum forte e pieno di garanzie per una banca. Bisogna saper rischiare se si vuole vincere nel mercato dell’innovazione, oggi Microsoft ha reso un uomo come Bill Gates uno dei cinque uomini più ricchi del Mondo, Steve Jobs uno dei più grandi e importanti CEO innovativi del Mondo; Wozniak ricevette dal Presidente degli Stati Uniti d’America la National Medal of Technology nel 1985 e nel Settembre del 2000,  è stato incluso nella National Inventors Hall of Fame. Questi uomini devono ringraziare il buon Dio di essere nati negli Stati Uniti d’America.

Al nostro sistema bancario manca la capacità di vedere ed intuire quali sono le idee innovative capaci di poter vincere nel mercato e devono essere disposte a perdere del capitale perchè soltanto sbagliando…si impara e si sviluppa.

 

 

“Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario.”

Steve Jobs