La nuova coscienza

Siamo giunti alla nuova coscienza, quella che fa rima con conoscenza, con capacità pratica e con (forse) responsabilità reale. Siamo maturati, siamo cresciuti e abbiamo imparato dai nostri errori (senza tuttavia averne mai pagato il prezzo fino a ieri). Permettetemi quindi di riassumere in breve quello che accadde ieri per rendere più semplice e chiara la febbre adolescenziale che ha portato a cotanta maturità in poche ore.
Accadde un giorno che ci svegliammo tutti più poveri. Non lo eravamo, ma ci dicevano che eravamo più poveri; o forse lo eravamo, ma probabilmente non ci hanno detto quella mattina di quanto e soprattutto  come fossimo più poveri.

Fu proprio il come a non essere comunicato e quindi capimmo solo che chi aveva investito tanto denaro in luoghi poco sicuri oggi aveva meno soldi, meno denaro contante meno liquidità insomma. Peccato che il come fosse diverso:
eravamo molto più poveri di quello che pensavamo non per la liquidità, per le azioni o i titoli derivati, ma per l’evoluzione materiale che quella povertà empirica si sarebbe trasformata in povertà di risorse di sussistenza e qualità di vita.

Molti avranno notato che nel posto di lavoro gli veniva chiesto di lavorare di più ma con lo stesso stipendio, anzi con una riduzione delle ore. Forse parlando con i colleghi molti di voi avranno scoperto che l’amico del secondo piano con cui ci si fermava al bar a prendere il caffè non ha avuto il contratto rinnovato o fosse stato trasferito. Forse molti di voi avranno notato una fila più lunga del solito alle mense sociali. E forse molti di voi avranno notato più persone al pronto soccorso nella speranza di evitare il costo del ticket che ci sarebbe stato in visita su appuntamento, famiglie, gente normale insomma.
Pochissimi di voi probabilmente quasi nessuno ha notato una riduzione vera di liquidità nelle proprie tasche.

Il come insomma ci era sfuggito, non conoscevamo probabilmente il significato che certe popolazioni Africane danno al termine povertà che non si riduce alla semplice scarsità di moneta, ma al totale abbandono e distacco della propria comunità, dagli affetti e dagli amici. Una definizione che ci avrebbe aiutato a comprendere il come. Proprio quel come che attraverso quella definizione ci ha fatto comprendere che la povertà di risorse primarie sociali ci impedisce di tutelare la comunità stessa in cui viviamo divenendo più poveri, ma con un decremento di denaro relativamente inferiore alla sensazione di povertà.

Tutto questo ci portò oggi a crescere: sta mattina eravamo meno poveri. Non lo eravamo, ma ci dicevano che eravamo meno poveri.

La (nuova) coscienza è ora la conoscenza. Infatti non esiste ormai la coscienza senza conoscenza, non si può essere responsabili senza sapere: chi non ha competenza tecnica non può essere coscienzioso la conoscenza oggi è la chiave per essere meno poveri.
Questa equazione “logica” viene ripetuta costantemente in ogni forma e luogo, tuttavia non si esamina il rapporto vero che c’è tra la conoscenza e la realtà: non tutto quello che si conosce lo si conosce per com’è in relazione all’ambiente in cui si sviluppa perché per conoscere e per comprendere spesso si decontestualizza e si astrae concettualmente l’oggetto di studio; quindi siamo sicuri che la responsabilità ovvero la coscienza di quello che si fa nascente da una profonda conoscenza reale e non empirica di quello che si vive e si prova attraverso l’esperienza possa essere sinonimo di conoscenza? Non è forse più facile il contrario? Non è più facile che chi conosce profondamente un argomento, nel perseguire e affermare la propria conoscenza decontestualizzata ed astratta, agisca irresponsabilmente ovvero senza coscienza?

Non sono mai stato bravo a dare risposte, soprattutto alle domane nate dal sottoscritto. Lascio a voi l’onere.

L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari.” 

Antonio Gramsci 

Speranza o Sconsideratezza?

Non sono sicuro che cosa oggi assalga i miei coetanei; ogni giorno sento sempre più parlare persone della mia età e alcune più grandi delle loro speranze e delle loro ambizioni. Ciò che mi provoca sconcerto è l’incongruenza tra il loro impegno, il loro approccio al mondo e le suddette ambizioni.

Mi spiego meglio: se si spera in un rapporto di fedeltà ci si comporta in maniera infedele; se si spera in una carriera lavorativa si dimostra di non saper gestire delle responsabilità; se si spera in una vita ricca di conoscenze e socialmente appagante non ci si sforza di comprendere l’altro sviluppando quella che si chiama intelligenza emotiva. Un po’ come se volendo dimagrire, iniziassi con una dieta a Burger King, convinto ancora di poter riuscire a dimagrire: non lo trovate un poco incongruente?

Poi non aiutano i messaggi dei media che sempre più distruggono le speranze degli adolescenti e omologano quelle delle generazioni tra i 30 e il 45 anni. Se pensiamo al potere economico di questo Paese (molto basso a causa della pressione fiscale sui redditi), non possiamo che comprendere quanto le aziende finanziarie di credito (debito) possono fungere da fonte economica antidepressiva della famiglia media che compra senza avere i soldi per farlo, ricascando nell’ambizione con la suddetta incongruenza (questa volta economica).

In questi ultimi anni mi sembra che oltre allo scaricabarile si sponsorizza l’incongruenza tra mezzi e ambizioni, ciò porta ad una società tendenzialmente deviante e in costante crisi.

Contenti loro, direi contenti tutti. Io continuo ad essere poco contento di ciò, ma l’importante è comprare, consumare.

Non è felice chi non pensa di esserlo.

Publilio Siro