About Alessandro

Appassionato di Psicologia, Cinema e luoghi del Mondo.

La forza degli Dei

Quando ascoltiamo il vento in giornate primaverili come quelle che ci accompagnano in questo periodo, illuminati dal calore di un sole che torna a vivere in attesa dei mesi estivi, capita di domandarci chi regola il nostro mondo, quali sono le forze che ad esempio mi permettono di scrivere un articolo potenzialmente leggibile da miliardi di persone, chi consente che l’energia elettrica continui ad irrorare ospedali, aeroporti, banche e scuole, chi permette alle persone di poter acquistare il cibo, di poter scegliere in che luogo fare la spesa, ecc. Chi sono costoro?

Alcuni di noi potrebbero cercare la risposta nel proprio spiritualismo, attraverso la propria fede religiosa, nell’ultraterreno e nell’ignoto. Altri si rifiuterebbero di cercare risposta degna della domanda, semplificando il quesito negando la possibilità di risposta definendo il quesito stesso “irrisolvibile” e ringraziando (o non) la buon sorte per quello di cui dispongono.

Altre persone potrebbero ricercare la risposta alla domanda fondamentale nella materialità terrena della nostra esistenza, in qualcosa che è tanto scontato quanto ignorato dalla maggior parte dei fruitori finali, dei beneficiari e, soprattutto, dai contribuenti. Questo “qualcosa” è così ignoto e lontano dalla dimensione individuale da essere immateriale, sicuramente non meno tangibile di una divinità Greca per un contadino ellenico che, ringraziandola per la buonasorte, dimostrava almeno di riconoscere il concetto che la definiva, a differenza dell’immaterialità tanto scontata da aver perso il riconoscimento della propria esistenza da parte nostra; noi popolo di Google, della conoscenza in un click, della consapevolezza inconsapevole.

I più eruditi la chiamano Finanza. Noi, come gli ellenici meno colti, la confondiamo con il suo contenitore: l’economia. Noi, come gli ellenici meno colti, la pronunciamo di rado e la sentiamo di rado pronunziata dai sacerdoti del tempio; detentori della conoscenza, distributori di speranza e del sapere parziale, quel che basta per consentirci di comprendere l’argomento, semplificato, semplicistico, che muta nome ad ogni frase, sostituendosi al suo contenitore più facile e adatto alla nostra comprensione: l'”economia” appunto.

I sacerdoti del tempio sanno che a noi interessa di fatto l’economia, poiché essa tocca tutti noi, i nostri beni, le nostre proprietà, il nostro lavoro, la nostra salute, la nostra istruzione; sanno che essa rappresenta tutto questo; tuttavia sanno anche che, oggi, ad influenzare maggiormente tutto ciò non è l’economia nel suo totale complesso, bensì la finanza.

Vi metto in guardia, non fatevi accusare di blasfemia da qualche sacerdote o scriba del tempio, l’economia è ciò attraverso cui tutto passa e si manifesta, anche la finanza stessa; tuttavia oggi la patologia tocca quest’ultima in particolare e mentre l’economia si indebolisce, la finanza, si dimostra, è e rimane immortale. Perché la patologia è cosa umana, chi ha mai letto di una divinità morta a causa di un male terreno; tutto ciò che è opera dell’uomo non può uccidere una divinità, persino le malattie inflitte dai sacerdoti stessi alla finanza non la elimineranno, semplicemente si ritorcerà contro i sacerdoti stessi.

La malattia che sta colpendo la finanza è nata dai sacerdoti, come ogni manifestazione carica di ira degli Dei, è interpretazione della reazione di un ambiente che si modifica ad opera dell’uomo che la trasmette; questa volta però la peste e la carestia che sta colpendo il popolo è opera dei sacerdoti stessi e non più del cambiamento naturale delle cose, per questo l’economia entra in gioco come concetto utilizzato dalle autorità del tempio per ridurre il rischio di rivolta e spostare l’attenzione sulla materialità che il popolo stesso riesce a toccare quotidianamente: la propria terra, la propria casa, il proprio lavoro, mera manifestazione tuttavia di un malessere assai più immateriale.

Alcuni sacerdoti poi si sono prestati a ricoprire il ruolo di curatori della malattia stessa. Non potendo fare riferimento alla Finanza, si definiscono al popolo curatori dell’economia, definendo la missione per il popolo stesso, quindi in loro aiuto. Questi uomini colti, ricoprenti ruoli importanti nel tempio, adempiono ai loro compiti, cercando in tutti i modi di curare la malattia che affligge la finanza, modificando leggi, creando sistemi di raccolta di risorse, eliminando privilegi e creandone altri, riducendo quindi le manifestazioni terrene che influenzano l’ambiente e che costituiscono i sintomi che la finanza mostra; il popolo, illuso che ad essere curata sia l’economia, la loro economia, tace anche se turbato e preoccupato, dando fiducia ai sacerdoti.

I sintomi della finanza ben presto spariranno, il tempio tornerà a svolgere il suo lavoro ordinario, l’economia non sarà mai curata davvero, anch’essa non morirà poiché immateriale, ma mieterà vittime, la risposta dei sacerdoti sarà che gli Dei hanno manifestato la loro forza ed il loro volere; il Popolo non saprà, ancora una volta, la verità.

E tutto tornerà come prima, nulla sarà cambiato; il tempio, i sacerdoti, il popolo. Questa è la forza degli Dei, gli stessi Dei che i sacerdoti ci hanno cucito addosso. Comprendiamo quindi che, attraverso la forza degli Dei, a permettere il funzionamento del mondo sono e saranno sempre i sacerdoti.

“La cultura rende un popolo facile da guidare, ma difficile da trascinare; facile da governare, ma impossibile a ridursi in schiavitù.”

Henry Brougham

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Il capitale sociale

Pochi giorni fa ho parlato del valore pubblicitario dell’umano, di quanto sia inconsistente la dignità umana se rapportata al potenziale profitto del suo sfruttamento. Oggi parlo di una conseguenza ormai annunciata da qualche anno e che oggi è divenuta realtà:
Facebook Inc. ha avviato la procedura per l’IPO, ovvero si quota in borsa al NASDAQ.

Un anno fa Goldman Sachs ha investito 375 milioni di dollari in Facebook valutandola 50 miliardi di dollari, all’epoca erano iscritti circa 500 milioni di utenti, ad ognuno di loro è stato quindi attribuito un valore di 100 dollari.

Facebook è costituita dagli utenti che la compongono, senza utenti Facebook non varrebbe nulla. Ed è proprio questo il grande rischio di questa operazione. Se ad esempio domani io cancellassi il mio account il valore di Facebook calerebbe di 100 dollari, se decidessimo di farlo in gruppo il valore crollerebbe all’istante di cento dollari ad ogni “cancellazione”. L’informazione di valore per Facebook sono gli utenti, tutti i dati inseriti in Facebook sono di Facebook non degli utenti (anche se di fatto sono di chi crea il profilo di chi esprime il concetto che condivide); grazie a tutte queste informazioni Facebook riceve introiti legati a risorse pubblicitarie, infatti i profili e i dati inseriti negli stessi possono essere utilizzati a scopo di  marketing.

I dati in Facebook sono di Facebook proprio perché se volessi passare ad un altro (magari migliore) social network dovrò obbligatoriamente rifarmi un nuovo profilo e non potrò traslare le informazioni inserite nel “social network tutto in blu” a dimostrazione che l’ecosistema in cui mi muovo è chiuso e sigillato, come il valore intrinseco del mio account.

Insomma un vero e proprio “capitale sociale” che invece di essere distribuito ai legittimi “di fatto” proprietari (ovvero gli utenti che creano gratis e inconsapevolmente valore al sistema) viene capitalizzato divenendo labile e facilmente modificabile con un click.

Oggi (gennaio 2012) Facebook Inc si quota per 100 miliardi di dollari mettendo in atto la più grande quotazione NASDAQ della storia dopo Visa. Esattamente il doppio del valore dato l’anno scorso dalla Goldman Sachs; e visto che l’incremento del numero di utenti è rimasto quasi invariato il valore cresce di quasi 200 dollari per ciascun profilo.

Il giorno in cui verrà adoperato l’ormai annunciato “profilo virtuale universale”, Facebook incontrerà una grande crisi poiché non saremo più obbligati a creare profili proprietari per ogni social network, ma ne avremo uno personale e libero da utilizzare. Accadrà quindi che le famiglie azioniste del “social network blu” si scontreranno con una importante crisi finanziaria, un’altra volta.

“La conoscenza è la trasformazione dell’informazione in valore.” 

Quando ogni cosa ha un prezzo

Quando ogni cosa ha un prezzo non ci sono più distinzioni di genere. Solo distinzioni di quantità, di mercato, di profitti e marginalità. Quando diamo un valore in introiti pubblicitari per una apparizione televisiva, per una tragedia personale, per un nudo inaspettato, per il fallimento di una azienda non consideriamo più la qualità del dramma, della denuncia, della inaccettabilità, ma tutto divene accettabile e soprattutto quantificabile in euro, in profitto.

Il plusvalore di una disumana umanità è una cifra a fondo fattura, è la quantità di voti per un elettorato stanco e alienato da spot socialmente agghiaccianti; di frasi irreali da film spartite tra chi fa finta di non sapere e chi dice di non sapere per scaricare al più forte la responsabilità che di fatto non si è mai capito a chi fosse appartenuta fino ad oggi.

Un disumano profitto pubblicitario che viene acquistato da una tragedia di valore inestimabile e rivenduto per qualche passaggio televisivo, una totale inconsistenza di vite che si sciolgono in trenta secondi di servizio giornalistico.
Un disumano profitto in un disumano mercato in una disumana finanza in una disumana umanità, che il futuro conservi per noi il peggiore dei destini; che regali lo specchio a coloro i quali la coscienza impedisce oggi di guardarsi negli occhi.

“Il denaro è il lenone fra il bisogno e l’oggetto, fra la vita e il mezzo di vita dell’uomo.” 

Karl Marx 

La nuova coscienza

Siamo giunti alla nuova coscienza, quella che fa rima con conoscenza, con capacità pratica e con (forse) responsabilità reale. Siamo maturati, siamo cresciuti e abbiamo imparato dai nostri errori (senza tuttavia averne mai pagato il prezzo fino a ieri). Permettetemi quindi di riassumere in breve quello che accadde ieri per rendere più semplice e chiara la febbre adolescenziale che ha portato a cotanta maturità in poche ore.
Accadde un giorno che ci svegliammo tutti più poveri. Non lo eravamo, ma ci dicevano che eravamo più poveri; o forse lo eravamo, ma probabilmente non ci hanno detto quella mattina di quanto e soprattutto  come fossimo più poveri.

Fu proprio il come a non essere comunicato e quindi capimmo solo che chi aveva investito tanto denaro in luoghi poco sicuri oggi aveva meno soldi, meno denaro contante meno liquidità insomma. Peccato che il come fosse diverso:
eravamo molto più poveri di quello che pensavamo non per la liquidità, per le azioni o i titoli derivati, ma per l’evoluzione materiale che quella povertà empirica si sarebbe trasformata in povertà di risorse di sussistenza e qualità di vita.

Molti avranno notato che nel posto di lavoro gli veniva chiesto di lavorare di più ma con lo stesso stipendio, anzi con una riduzione delle ore. Forse parlando con i colleghi molti di voi avranno scoperto che l’amico del secondo piano con cui ci si fermava al bar a prendere il caffè non ha avuto il contratto rinnovato o fosse stato trasferito. Forse molti di voi avranno notato una fila più lunga del solito alle mense sociali. E forse molti di voi avranno notato più persone al pronto soccorso nella speranza di evitare il costo del ticket che ci sarebbe stato in visita su appuntamento, famiglie, gente normale insomma.
Pochissimi di voi probabilmente quasi nessuno ha notato una riduzione vera di liquidità nelle proprie tasche.

Il come insomma ci era sfuggito, non conoscevamo probabilmente il significato che certe popolazioni Africane danno al termine povertà che non si riduce alla semplice scarsità di moneta, ma al totale abbandono e distacco della propria comunità, dagli affetti e dagli amici. Una definizione che ci avrebbe aiutato a comprendere il come. Proprio quel come che attraverso quella definizione ci ha fatto comprendere che la povertà di risorse primarie sociali ci impedisce di tutelare la comunità stessa in cui viviamo divenendo più poveri, ma con un decremento di denaro relativamente inferiore alla sensazione di povertà.

Tutto questo ci portò oggi a crescere: sta mattina eravamo meno poveri. Non lo eravamo, ma ci dicevano che eravamo meno poveri.

La (nuova) coscienza è ora la conoscenza. Infatti non esiste ormai la coscienza senza conoscenza, non si può essere responsabili senza sapere: chi non ha competenza tecnica non può essere coscienzioso la conoscenza oggi è la chiave per essere meno poveri.
Questa equazione “logica” viene ripetuta costantemente in ogni forma e luogo, tuttavia non si esamina il rapporto vero che c’è tra la conoscenza e la realtà: non tutto quello che si conosce lo si conosce per com’è in relazione all’ambiente in cui si sviluppa perché per conoscere e per comprendere spesso si decontestualizza e si astrae concettualmente l’oggetto di studio; quindi siamo sicuri che la responsabilità ovvero la coscienza di quello che si fa nascente da una profonda conoscenza reale e non empirica di quello che si vive e si prova attraverso l’esperienza possa essere sinonimo di conoscenza? Non è forse più facile il contrario? Non è più facile che chi conosce profondamente un argomento, nel perseguire e affermare la propria conoscenza decontestualizzata ed astratta, agisca irresponsabilmente ovvero senza coscienza?

Non sono mai stato bravo a dare risposte, soprattutto alle domane nate dal sottoscritto. Lascio a voi l’onere.

L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari.” 

Antonio Gramsci 

L’odore della pioggia

Esistono due fasi contrapposte dell’esistenza; un sistema binario di vita e inesistenza. Questo sistema è costituito da ciò che definiamo salita e dalla discesa. Ci sono fasi poi intermedie di evoluzione e involuzione, sono le più delicate e le più complesse da riconoscere e definire: la caduta e la risalita. Queste fasi intermedie si possono riconoscere più facilmente se associate ad eventi famigliari e quotidiani; un esempio è appunto l’odore della pioggia.

E’ raro l’evento in cui il tempo, che per un momento pare rallentare, ci permette di sentire nuovamente l’odore della pioggia, questo perché è uno degli odori che non siamo più abituati a sentire, che non avevamo più tempo di percepire o meglio, la capacità di farlo.

Questa è la risalita: ci si prepara, inizialmente sentendone l’odore, alla fase successiva quando si è in cima alla salita, quando si viaggia riscoprendo il coraggio di tornare a gustare il sapore della pioggia.

 

Non c’è uomo che non possa bere o mangiare, ma son pochi in grado di capire che cosa abbia sapore.

Confucio

Le dinamiche del Segreto

Ho ripreso da poco a studiare delle nozioni di intelligence e disciplina del segreto; concetti, riviste, saggi e libri che avevo abbandonato anni fa. (Circa tre anni fa). Un piccolo confronto nato sulla base di una frase del sottoscritto mi ha ispirato questo articolo che ha lo scopo di trattare il concetto di segreto e, in particolare, di come si mantenga un segreto, ovvero come si riesca ad evitare che altri conoscano la verità.

Quello che ora sto per esplicare è applicabile largamente anche alla vita quotidiana e aiuta molto chi vuole mantenere un certo riserbo sui propri obiettivi di vita professionale o personale.

Questa disciplina è cambiata negli anni grazie soprattutto all’era dell’informatizzazione telematica; oggi infatti si hanno a disposizione potenzialmente tutte le informazioni rimbalzanti sul Pianeta: con un po’ di impegno e conoscenza si possono ottenere dati, nomi, città e informazioni su certi avvenimenti quasi in tempo reale o con poche ore di scarto.
Cosa è cambiato quindi oggi rispetto a venti anni fa? Semplice:

Oggi non si possono più omettere i fatti, gli avvenimenti; tuttavia oggi il segreto è composto dai fatti che tutti conoscono.
Non si occultano più i fatti, si occultano i collegamenti degli stessi fatti, si impedisce di unire avvenimenti accaduti in tempi e spazi diversi celando il segreto che essi compongono.

La nuova era del segreto è fatta di Link: se rompo un link o lo occulto l’informazione risulta slegata da un contesto, obbligandomi ad indovinare il suddetto contesto, i suoi legami con una situazione più grande e complessa, tuttavia non conoscerò mai la verità.

Come un portale tematico, è composto da pagine collegate tra loro, slegando e rompendo i collegamenti alle pagine, il portale diventa inaccessibile; diviene solo immaginabile e l’immaginazione comporta manifestazioni emotive e creazioni fantastiche, porta a materializzare fantasie, paure e speranze, allontana sistematicamente la verità rappresentando il miglior apporto al mantenimento del segreto.


“Ci sono casi in cui un uomo deve rivelare metà del suo segreto per tener nascosto il resto.”

Philip Dormer Stanhope IV conte di Chesterfield

La differenza tra Etica e Morale

Leggo troppo spesso giornali e riviste di attualità anche oltreoceano e provo sempre più nausea nel confrontarle con quelle del nostro Paese. Ciò che non riesco a comprendere con chiarezza è il motivo per cui non si faccia distinzione tra la questione morale e quella etica.

Negli Stati Uniti ad esempio si parla molto di questione morale perché culturalmente e storicamente le cariche politiche legate al governo e alla rappresentanza degli Stati sono legati alla religione molto più che in Italia. Difatti la morale e la politica sono quasi la stessa cosa, la religione (soprattutto quella protestante) è parte integrante di molte campagne politiche e costituisce garanzia di onestà e affidabilità professionale-politica del candidato. Negli USA inoltre il semplice sospetto di un comportamento immorale di un membro politico del governo o del parlamento sancisce la fine della sua carriera.

In Italia non è proprio così. Nel nostro Paese anche la questione morale è una questione politica perché legata ad una organizzazione chiamata Chiesa che ha origine storiche legate al potere politico che ha sempre influenzato molte volte determinandone l’azione di governo e legislativa. L’emancipazione tra potere politico e quello religioso ha dato origine ad una indipendenza forte dello Stato dalla Chiesa (almeno sulla carta) definendo il primo un potere laico e il secondo un potere legato ad una organizzazione che dovrebbe parlare solo ai suoi fedeli e non alla politica. Il potere della Chiesa che è la custode e osservatrice della questione morale è anche legata ad uno Stato estero che è il Vaticano; questa natura di Stato rende la questione morale controllata dalla Chiesa una questione anche Politica perché nascente da uno Stato estero: il Vaticano appunto.

Dopo aver distinto quindi la questione morale pura (quella definita dalla religione Cristiana-Cattolica) dalla questione morale-politica (idee e principi comunicati da autorità della Chiesa Vaticana) e aver definito il principio di laicità del nostro Stato nascente da una emancipazione necessaria dal potere Vaticano e della Chiesa, parliamo ora della distinzione tra Morale ed Etica.

L’Etica non ha alcuna correlazione con la morale e a differenza di quest’ultima definisce le regole di comportamento che possono essere ascritte o scritte in un codice normativo (ad esempio le leggi di uno stato), essa definisce anche la deontologia di un particolare ruolo o attività, cioè quel insieme di norme raccolte in un codice di comportamento che devono essere osservate da alcuni individui esercitanti un ruolo o una attività di responsabilità.

La situazione del nostro Paese oggi non richiama per nulla la questione morale poiché la morale è personale e tocca la coscienza di ognuno, non certo il nostro Paese nella sua interezza (poiché siamo un Paese laico) e non tocca nemmeno la politica o l’organizzazione sociale che non è dipendente dalla morale ma bensì dall’Etica: cioè dall’insieme di norme di buona condotta e dalle leggi dello Stato.
Per questo motivo la questione è necessariamente Etica, perché solo se si configura un indizio o una possibilità di reato o comportamento non deontologico questo deve interessare la collettività e i media; cosa ben diversa se ognuno di noi si sente turbato o indignato da un comportamento che noi non terremmo, ma che non per forza nessun altro non terrebbe o sarebbe obbligato per norma e non tenere!

Per questo motivo invito tutti a rispettare la funzione della magistratura che non è un organo morale ma bensì etico. La morale di molti italiani è stata ferita, ma questo è solo un fatto personale, anche se collettivamente sentito, il fatto sociale è quello etico, quello che definisce cosa è giusto e cosa è sbagliato non cosa è sconveniente o meno.

Ragionate, documentatevi e non ascoltate la pancia, ascoltate la testa.

“Non ci sono fenomeni morali, ma solo un’interpretazione morale dei fenomeni.”

Friedrich Nietzsche