Rapporti Umani

Chiunque abbia studiato un po’ di psicologia, qualcosa di pedagogia e magari uno spruzzo di sociologia, è stato abituato come me ad esaminare il mondo circostante attraverso metodi analitici propri di queste discipline; è stato formato negli anni nel riconoscere certe categorie di personalità, di metodi di apprendimento, di forme di società organizzate; è stato addestrato a dovere nel comprendere le cause dei divorzi, dei tradimenti, degli omicidi, della pedofilia, della mafia, dei sistemi di conoscenza, dei disturbi della personalità, delle fobie e delle dipendenze..
Ad una cosa non si viene però “addestrati”: nel mettere da parte tutto ciò che si è appreso per venti secondi al giorno. Quando vediamo una persona alla quale vogliamo bene, quando sappiamo che chi ci è davanti sta mentendo ma che sarebbe davvero inutile saperlo, anzi sarebbe meglio non sapere affatto che sta mentendo, quando chi ci sta vicino sta soffrendo e non vuole, ripeto, non vuole che gli altri lo sappiano e tanto meno essere aiutato, quando sappiamo che la nostra incoerenza è tragicamente inscritta nell’imperfezione emotiva umana, quando dobbiamo mandare a quel paese una persona e quando sappiamo che è ormai troppo tardi per recuperare l’irrecuperabile.
Ecco che all’ora la socio-psico-pedagogia aiuta molto a districarsi nei problemi della vita, ad evitare molte volte di essere “fregati” sia nel lavoro che in amore; ma una cosa non insegna la socio-psico-pedagogia: a vivere senza sapere, senza domandarsi di una persona.
Ogni tanto bisogna non sapere, non vedere cosa c’è in una persona per poterla aiutare davvero ed essere felice con lei.

“La vera felicità costa poco; se è cara, non è di buona qualità.”
François-René De Chateaubriand

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8 thoughts on “Rapporti Umani

    • Difatti nel mio articolo non ho fatto alcun riferimento riguardo l’ignorare la realtà, anzi: il mio articolo è incentrato sul vivere la realtà in maniera vera e autentica senza chiavi di letture metodologiche o analitiche, quindi senza porre tra Sè e l’altro un metodo acquisito con lo studio della psicologia o della pedagogia.
      Poi se vogliamo aiutare qualcuno utilizzando un metodo (perché tu hai proposto un metodo), sicuramente rimane molto pericoloso quello che hai proposto, l’empatia che così nascerebbe sarebbe molto pericolosa perché porrebbe in essere un intervento soggettivo, basato sulla propria visione del dolore e non su quella dell’altro.. diciamo che, se vogliamo utilizzare un metodo, quello che tu hai proposto è il meno adatto.
      Il mio articolo era comunque incentrato sull’antimedoto: molto difficile da applicare per una persona che studia queste discipline che tende invece a vivere buona parte della sua vita influenzato dalle stesse.

      Grazie per il tuo commento!

    • Ciao Mr.Loto

      Il dolore o l’hai provato non lo trovi dentro di te… e se lo hai provato, non hai bisogno di cercarlo, ormai fa parte di te.

  1. Ho letto attentamente il tuo scritto Alessandro. La socio-psico-pedagogia mi sembra un caleidoscopio di discipline nel quale non voglio addentrare ora. Poi usi il termine “antimetodo”, e qui mi trovo spiazzato. Rileggendo però una seconda volta il tutto mi sembra di cogliere, fra le righe, una tua indicazione all’ uso di un metodo sottrattivo, rivolto all’ ascolto dell’ altro senza il dover aiutarlo direttamente.
    Alla base di tutto ciò si può aprire una finestra “L’ ambiguità del gesto di cura”. Ogni qual volta desideriamo mettere in gioco noi stessi per aiutare il prossimo, cadiamo nell’ errore di porre regole di comportamento, di raggiungimento dei fini “altri” e di “entrare nell’ altro”. Tutte stronzate (scusa la metafora). Se non si con-vive con il Giano bi-fronte che è sempre presente in ogni gesto di cura, è inutile andare oltre.

    • Grazie Raffaele per il tuo commento.
      Devo ammettere che non è facile far capire cosa volevo intendere, certo può spiazzare subito ad una prima lettura.
      Il problema che ho notato dopo molti anni è che molte delle cose che faccio nella vita di tutti i giorni sono influenzate da quello che studio e anche ciò che dico o nel modo in cui mi rapporto con gli altri, a volte può essere vantaggioso; molte altre invece è svantaggioso.
      L’ascolto disinteressato è un ottimo esempio!
      Grazie ancora dei tuoi commenti sempre aperti alla discussione!

  2. L’altro non si dovrebbe viverlo come entità, ma come presente nel presente… tutto ciò che sta prima o dopo non conta nulla.
    Ergersi ad aiuto o comprensione dell’altro… a che serve se non al raggiungimento di un nostro intento? Quindi il confronto, solo questo possiamo fare per essere d’aiuto a se stessi e agli altri. Tutto il resto una forzatura, una pretesa di aiuto non richiesta che il più delle volte non raggiunge alcuno scopo prefisso. Ci vuole la volontà di essere aiutati nel confronto, e lasciando all’altro libero arbitrio di scegliere… Una comunità ad esempi si regge su questo, la volontà dapprima del soggetto ade essere aiutato, senza quella non si va da nessuna parte. Vivere l’altro non come cosa propria e quindi la motivazione non sta nel dovere aiutare ma nell’essere aiutati… aiutoooooooooooooooo;))

    • Ottimo commento, vedo che ci si confronta con persone che hanno chiaro il concetto di aiuto e di comunità.
      Ma allora esistono ancora professionisti che hanno capito quel che hanno studiato? WOW! 😉

  3. ahhaha Alessandro non te la prendere, continua con i tuoi discorsi che vai bene, purtroppo ci sono tante persone, che si mettono a fare a gara a chi ne sa di più dell’altro. Occorre modestia e non ergersi a paladini della cultura. Non si finisce mai di imparare e si è sempre ignoranti, occorrerebbe ricordarselo ed iniziare ogni giorno da questo punto fermo.
    Imparare e disimparare. Per poi accorgersi ad un tratto della propria vita, che i libri servono a darci degli strumenti di maggiore comprensione, ma che il maggiore insegnamento lo hai nel vivere la quotidianità ed il problema stesso sulla propria pelle e non su quella di altri. Grazie. Ciao

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